15 Aprile 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo),  15 Aprile 2012

Carissimi Parrocchiani,
dopo i giorni della Pasqua, torniamo a rimetterci in ascolto della vicenda del patriarca Giacobbe. L’abbiamo lasciato nei pressi di Succot mentre si prepara ad entrare e a stabilirsi definitivamente nella sua terra natale, la terra di Canaan.

Per Giacobbe inizia una tappa nuova della sua vita. Egli stesso è un uomo cambiato. Dopo la notte della lotta con Dio che ha segnato la sua conversione, ora guarda in modo nuovo persone e cose. Avendo fatto l’esperienza della fedeltà di Dio nei suoi confronti, è capace di guardare ogni persona con uno sguardo di misericordia e di comprensione. Non è la compassione che nasce da un atteggiamento di superiorità che Io porta a guardare tutto a distanza senza lasciarsi coinvolgere; è, invece, la compassione che nasce dalla consapevolezza di essere peccatore e, nello stesso tempo, oggetto di una insperata misericordia.

Da questo momento vediamo in Giacobbe i tratti di un uomo pacificato. Infatti, il testo precisa che Giacobbe, dopo la separazione da Esaù, arrivò sano e salvo alla città di Sichem, che è nel paese di Canaan, quando tornò da Paddan-Aram e si accampò di fronte alla città (Gen. 33,18). “Sano e salvo” in ebraico è detto shalem che ha la stessa radice del sostantivo shalom che significa pace.

Anche gli abitanti di Sichem hanno una buona impressione di Giacobbe e della sua famiglia e, per questo, mostrano verso di lui un atteggiamento di cordiale accoglienza. Questi uomini sono gente pacifica: abitino pure con noi nel paese e lo percorrano in lungo e in largo… Così, dichiara una delle persone più autorevoli del luogo.

Le difficoltà, però, non tardano a manifestarsi. Le persone che gli stanno attorno, sia all’esterno, sia all’interno della cerchia familiare, combinano guai di ogni sorta.
Eppure, Giacobbe, di fronte a questi fatti dolorosi, rimane spettatore pensoso e parco di parole. Egli conserva viva memoria di quante peripezie è stato protagonista in passato; sa bene di aver procurato guai e sofferenze a persone care. Ora, davanti al male, si sente coinvolto in prima persona e, persine, in certa misura, corresponsabile. Se ne fa carico e, con pazienza, sopporta in silenzio e nella solitudine. È giusto sottolineare questa nota di solitudine, perché Giacobbe, da quando si è convcrtito, conosce anche la dimensione della solitudine.

Egli, pur avendo tanta gente attorno a sé – il Signore gli ha concesso una famiglia numerosa e anche la possibilità di mantenere al suo servizio servi e serve – è, tuttavia, un uomo solo. La conoscenza di Dio, che ha acquisito dopo l’esperienza drammatica della lotta, lo porta a guardare gli avvenimenti in un orizzonte sconosciuto ai più. Non trova nessuno attorno a lui col quale poter dialogare sulla stessa lunghezza d’onda, nessuno a cui poter raccontare le sue cose. In questa solitudine si trova a far fronte a guai di ogni genere.
Ma di questo parlerò la prossima volta.

Don Luigi Pedrini

1 Aprile 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo),  1 Aprile 2012

Portarono il puledro da Gesù. Vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra.
Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi.
Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore ”
(Mc 11,7-10).

Carissimi Parrocchiani,
oggi noi guardiamo Gesù che entra a Gerusalemme: ormai è giunta la Sua ora, l’ora tanto attesa.
Egli si presenta mite, buono, pacifico, apparentemente debole. Così, Gesù ci insegna che la grande forza del mondo è la bontà: il vero forte è l’uomo buono; il vero forte è colui che ha vinto la violenza dentro di sé; vincitore non è colui che calpesta la vita degli altri, ma colui che da la vita agli altri.
Iniziando la Settimana santa, la settimana più bella e importante dell’anno liturgico, siamo chiamati a uniformare il nostro passo a quello del Signore, così che la sua strada sia anche la nostra strada. Con questa speranza auguro a tutti voi di vivere bene questi giorni, facendo tesoro delle intense celebrazioni liturgiche del triduo pasquale, custodendo nel cuore, con tutta la cura possibile, la pace: solo un cuore in pace può cantare con gioia l'”Alleluia” pasquale.
Buona Settimana Santa!

Don Luigi Pedrini

25 Marzo 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 25 Marzo 2012

Carissimi Parrocchiani,

concludevo l’altra volta dicendo che Esaù, dopo l’incontro con il fratello, riparte e si dirige verso Seir; Giacobbe, invece, prende un’altra direzione e va a Succot.

[17] Giacobbe invece si trasportò a Succot, dove costruì una casa per sé
e fece capanne per il gregge. Per questo chiamò quel luogo Succot.

Dunque, Giacobbe entra in Succot. Succot in ebraico significa “capanne”. Gli ebrei hanno una grande festa che si chiama festa delle Capanne. Anche, nella vita di Gesù si parla di una sua partecipazione a questa festa. Così, ad esempio, nel Vangelo di Giovanni si legge: “Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne… Vi andò anche lui…” (Gv 7,2.10).
La festa si celebrava in autunno e ricordava il soggiorno degli ebrei sotto le tende durante il cammino nel deserto, all’uscita dall’Egitto, prima di entrare nella terra promessa. Ricordava anche le successive occasioni in cui Israele è ritornato ad abitare sotto le tende, come ad esempio, durante l’esilio, quando gli israeliti dovettero lasciare la propria terra e vivere molti anni in terra straniera.
Per la festa gli ebrei erano soliti costruire piccole capanne e per una settimana dormivano all’aperto sotto le frasche. Era il modo di ringraziare il Signore che aveva concesso loro una dimora stabile e, nello stesso tempo, per ricordare il carattere pellegrinante della vita umana: per quanto l’uomo cerchi di garantirsi la stabilità, rimane pur sempre su questa terra un pellegrino. Dirà più tardi l’autore della Lettera agli Ebrei che noi rimaniamo pur sempre “stranieri e pellegrini sulla terra” (Eb 11,13) e che “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura” (Eb 13,14).
Giacobbe nel suo viaggio di ritorno non è ancora entrato nella terra promessa. Sta sulla soglia e, per l’ultima volta, trascorre la notte sotto una tenda. Poi, una volta entrato, abbandonerà definitivamente la vita nomade.
In tutto questo noi possiamo leggere la parabola della vita umana: anche noi, come Giacobbe, siamo per tutta la vita pellegrini verso la terra promessa, in attesa di poterci stabilire definitivamente nella Succot eterna che il Signore ha già preparato per noi. Ce lo ricorda esplicitamente Gesù nel Vangelo:

[1] “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
[2] Nella casa del Padre mio vi sono molti posti […] Io vado a prepararvi un posto;
[3] quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me,
perché siate anche voi dove sono io… “.

Don Luigi Pedrini

18 Marzo 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 18 Marzo 2012

Carissimi Parrocchiani,
ci siamo soffermati la volta scorsa sull’incontro tra Giacobbe ed Esaù. Come si sono evolute, poi, le cose? Dopo l’incontro, Esaù vuole ripartire. Egli, continuando a condurre una vita nomade, non è vincolato ad alcun luogo, può spostarsi con scioltezza e senza alcun timore, perché con i suoi uomini armati può far fronte ad ogni pericolo.

[12] Poi Esaù disse: “Leviamo l’accampamento e mettiamoci in viaggio: io camminerò davanti a te”.
[13] Gli rispose: “Il mio signore sa che i fanciulli sono delicati e che ho a mio carico i greggi e gli armenti che allattano: se si affaticano anche un giorno solo, tutte le bestie moriranno.
[14] Il mio signore passi prima del suo servo, mentre io mi sposterò a tutto mio agio, al passo di questo bestiame che mi precede e al passo dei fanciulli, finché arriverò presso il mio signore a Seir”.
[15] Disse allora Esaù: “Almeno possa lasciare con te una parte della gente che ho con me!”. Rispose: “Ma perché? Possa io solo trovare grazia agli occhi del mio signore!”.
[16] Così in quel giorno stesso Esaù ritornò sul suo cammino verso Seir.

Giacobbe declina l’invito di Esaù a riprendere con lui il cammino, presentando buone ragioni: ci sono i bambini piccoli, ci sono le greggi con le pecore madri. Pensare di stare al passo del fratello è, dunque, impensabile. Tuttavia, dietro a queste ragioni del tutto plausibili, possiamo intravedere anche un’altra motivazione: Giacobbe non si sente di consolidare in modo più profondo il rapporto con il fratello.
Può sembrare una stranezza e, a prima vista, si potrebbe giudicare come un’ambiguità, uno strascico di quella astuzia che tante volte, in precedenza, abbiamo riscontrato nel patriarca. Così, anche in questa occasione, egli all’esterno si mostra tutto ossequioso verso il fratello, poi, però, al suo invito risponde, in sostanza, che è meglio che ciascuno vada per la propria strada.
In realtà, in tutto questo dobbiamo, invece, riconoscere la sapienza di vita che ormai Giacobbe ha acquistato. Egli è ormai un uomo che vuol vedere chiaro e fare verità nella sua vita. Ha incontrato il fratello e questo è una cosa positiva, ma è anche abbastanza realista da rendersi conto che il loro cammino non può procedere insieme. Esaù ha la sua storia, la sua famiglia, il suo stile di vita. E così anche Giacobbe.
Giacobbe è un uomo che ha ormai il polso della realtà; sa bene che il vincolo fraterno ricomposto non è tale da permettere, almeno sull’immediato, una convivenza. E, allora, ecco che Esaù, conformemente al suo stile di vita nomade, riparte. In un giorno è venuto e nello stesso giorno se ne è andato, consumando in fretta un avvenimento atteso forse da anni. Giacobbe, invece, vuole prendere tempo: col passare degli anni è diventato sempre più riflessivo e ha bisogno di tempi lunghi, di tempi di silenzio e di solitudine. “Il nostro ladro e truffatore – commenta P. Stancari – è adesso diventato un uomo onesto. Deve acquisire dal di dentro la densità delle cose vissute, e finché non le ha assunte, assimilate interiormente, si rende conto che sarebbe spropositato compiere salti in avanti” (P. Stancari S.J., I Patriarchi, CENS, Milano 1994, p. 102).
Così, Esaù riparte e si dirige verso Seir; Giacobbe, invece, prende un’altra direzione.

Don Luigi Pedrini

 

11 Marzo 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 11 Marzo 2012

[5] Poi alzò gli occhi e vide le donne e i fanciulli e disse: “Chi sono questi con te?”. Rispose: “Sono i figli di cui Dio ha favorito il tuo servo”. [6] Allora si fecero avanti le schiave con i loro figli e si prostrarono.
[7] Poi si fecero avanti anche Lia e i suoi figli e si prostrarono e infine si fecero avanti Rachele e Giuseppe e si prostrarono.
[8] Domandò ancora: “Che è tutta questa carovana che ho incontrata?”. Rispose: “È per trovar grazia agli occhi del mio signore”. [9] Esaù disse: “Ne ho abbastanza del mio, fratello, resti per te quello che è tuo!”.
[10] Ma Giacobbe disse: “No, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché appunto per questo io sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio, e tu mi hai gradito. [11] Accetta il mio dono augurale che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto!”. Così egli insistette e quegli accettò.Carissimi Parrocchiani,
abbiamo lasciato Giacobbe che si incontra con il fratello Esaù. Il tempo ha medicato le ferite e il fratello gli corre incontro e lo abbraccia. Ora, Giacobbe rispondendo al fratello presenta i suoi figli: sono il dono con cui Dio lo ha beneficato. Quindi, fa venire davanti a lui le schiave e i loro figli; poi, Lia i suoi figli; da ultimo, Rachele e il figlio Giuseppe. Tutti gli si prostrano davanti.
Giacobbe aveva preparato l’incontro con l’invio di abbondanti donativi, con meraviglia di Esaù che non vorrebbe accettarli. Egli, invece, insiste perché il fratello, quantunque non manchi di nulla, li accolga come dono augurale, dal momento che Dio è stato buono con lui.
È degno di nota il fatto che Giacobbe in poche battute per ben tre volte nomini Dio. Questo non poter riferire la propria storia senza nominare Dio testimonia il profondo cambiamento interiore avvenuto in lui. Per anni ha vissuto facendo a meno di Dio, quasi fosse estraneo alla sua storia. Ora, invece, riconosce che tutto il suo cammino è stato guidato dalla sua presenza fedele e provvidente.
Degna di nota è pure la dichiarazione “per questo io sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio”. La traduzione fedele al testo originale suona così: “Io sono venuto davanti al tuo volto”. Questa traduzione richiama ancora il tema del volto che era centrale nell’episodio misterioso della lotta. Quella vicenda, infatti, si concludeva rimarcando il fatto che Giacobbe aveva potuto vedere Dio “faccia a faccia” e, tuttavia, avere salva la vita. Ora, Giacobbe, può presentarsi davanti al volto del fratello e, come in precedenza con Dio, trovare benevolenza.
Questo diretto accostamento tra il vedere il volto di Dio e il vedere il volto del fratello vuole dire una cosa importante. Giacobbe, proprio perché in precedenza ha visto il volto di Dio, è in grado ora di comparire di fronte al volto del fratello. Annota bene, al riguardo, un commento di Padre Stancari:
È possibile a Giacobbe ritornare a casa, alla terra di suo padre, ritornare alla tradizione dei suoi progenitori, rientrare nel discorso aperto da Dio con le promesse ad Abramo, perché ritrova la faccia del fratello ed ha il coraggio di ripresentare la sua faccia al fratello. Incontro possibile solo in quanto Giacobbe ha incontrato il volto di Dio. Se ciò non fosse avvenuto, i due fratelli non si sarebbero mai più potuti riconoscere e non avrebbero potuto più guardarsi negli occhi (P. Stancari, I Patriarchi, CENS, Milano 1994, pp. 100-101).

Don Luigi Pedrini

04 Marzo 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 04 Marzo 2012

Carissimi Parrocchiani,
concludevo la settimana scorsa dicendo che Giacobbe, dopo la lotta sostenuta con Dio, era ormai pronto per andare incontro al fratello Esaù. E così avviene.

[1] Poi Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i figli tra Lia, Rachele e le due schiave;
[2] mise in testa le schiave con i loro figli, più indietro Lia con i suoi figli e più indietro Rachele e Giuseppe.
[3] Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello.
[4] Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero.

Le parole del v. 4 (… gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò…) riecheggiano chiaramente le parole con cui l’evangelista Luca, nella parabola del figliol Prodigo, descrive gli atteggiamenti del padre verso il figlio minore che ritorna a casa.
Si apre, così, un parallelo tra la vicenda di Giacobbe e Esaù e la vicenda dei due fratelli della parabola. In effetti, ci sono tratti di comunanza. Il fratello minore si allontana dalla casa paterna e poi vi ritorna, così come Giacobbe; il fratello maggiore rimane in casa, ma vi rimane sostanzialmente come un estraneo, senza mai condividere veramente l’eredità paterna così come Esaù. Egli, infatti, non è mai uscito dalla sua terra natale, non se ne è mai andato, ma vi è rimasto come un estraneo: è sempre in giro per le sue cacciagioni; ha sposato donne straniere; si è stabilito nel deserto del Sair.
Esaù corre incontro al fratello che ritorna e tra i due avviene la riconciliazione: la fraternità che era andata in crisi, ora risorge.
La storia di Giacobbe, da questo momento si configura come la storia di un uomo che vuole ritornare sui suoi passi e vuole rimediare a tutto ciò che nella sua vita c’è stato di disgregante. Giacobbe ha maturato un umile coscienza di sé; le vicissitudini incontrate lo hanno reso consapevole della propria miseria; sa di non di non essere meritevole di nulla e di poter appellarsi soltanto alla benevolenza e disponibilità di chi lo incontra.
Questa disponibilità egli la incontra nel fratello Esaù, che al di là di tutte le sue stravaganze, è in fondo un uomo buono. Il suo più grosso limite è quello di non aver mai vissuto un serio cammino di conversione, di non aver mai conosciuto scelte radicali che l’hanno allontanato dalla strada maestra e che, quasi a forza, l’hanno portato a rientrare in se stesso e a ravvedersi.
Il fatto che la Parola di Dio presenti la vicenda di questi due fratelli così diversi ha un suo significato: vuole dire che il disegno di Dio sulla storia va a buon fine là dove un uomo fa l’esperienza del perdersi per trovarsi, del morire per vivere. Giacobbe è stato profondamente segnato, in quella notte di lotta, dall’incontro con Dio: si è scoperto debole, incapace di sostenere la lotta e si è affidato totalmente a Dio. Non importa se ne è uscito zoppicante; in cambio ha ricevuto un nome nuovo e la benedizione di Dio. Dio si è fatto presente nella sua storia e l’ha attraversata senza consumarla, un po’ come accadrà al roveto che bruciava sul Sinai senza consumarsi: il fuoco di Dio ha avvolto Giacobbe, l’ha penetrato, non distruggendolo, ma  rigenerandolo.

Don Luigi Pedrini

26 Febbraio 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 26 Febbraio 2012

Carissimi Parrocchiani,

sostiamo ancora sull’episodio misterioso della lotta di Giacobbe con Dio, per raccogliere un secondo insegnamento che riguarda la preghiera.

Infatti, in quella notte di combattimento di Giacobbe la tradizione biblica e cristiana ha visto rappresentata l’esperienza della preghiera. In effetti, la preghiera è uno “stare alla presenza” di Dio ed è uno “stare” che può costare a tratti anche molta fatica.

S. Teresa d’Avila grande maestra di spiritualità non nasconde le difficoltà della preghiera. Tuttavia, dal momento che essa dona l’amicizia con Dio – la definisce, infatti, come “un intimo rapporto d’amicizia con Dio” –, incoraggia a perseverare nella preghiera. Il dono che si riceve ripaga in sovrabbondanza la fatica che comporta. Scrive: “Considerando quanto vi sia vantaggioso averlo (il Signore) per amico e quanto Egli vi ami, sopportate pure la pena di stare a lungo con Uno che sentite così diverso da voi”.

Il Card. Martini fa un’osservazione interessante riguardo alla preghiera fatta sulla Parola di Dio. La raccogliamo perché tocca quanti nella nostra comunità parrocchiale in diversi modi – penso in particolare ai gruppi di ascolto del vangelo – stanno muovendo i primi passi per imparare a meditare e a pregare con il testo biblico. Scrive.

 Il cammino della lectio divina quotidiana) è indubbiamente difficile. Magari all’inizio ci entusiasmiamo ascoltando la lectio che ci viene insegnata da altri, e viviamo queste lezioni con interesse e curiosità; però, quando incominciamo a farla da soli l’esercizio può diventare pesante, oscuro, arido; può perdere il gusto della novità… In realtà, anche nei momenti in cui la lectio divina è faticosa, comporta una lotta per stare davanti al mistero di Dio […] la parola della Scrittura, la Parola di Dio, ci trasforma, ci purifica, ci mette in un contatto più profondo, pur se non avvertito, con il mistero del Padre e con il mistero della Trinità (C.M. Martini, La trasfigurazione, in AA.VV., Icone di vita consacrata, EP 197, 21)

Dunque, vale la pena, nonostante tutto, sostenere questa lotta. Del resto, anche Gesù nel Vangelo esorta a perseverare: egli ha apprezzato la preghiera fatta con fiducia e insistenza (pensiamo alla supplica della donna siro-fenicia); l’ha raccomandata (pensiamo alla parabola della vedova importuna, che si conclude con l’esortazione: “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete”). Egli stesso, poi, nell’orto degli ulivi, ci ha dato l’esempio di una preghiera capace di lottare anche nel momento supremo della prova.

La testimonianza di tanti cristiani attesta che da questa lotta si esce nuovi, con la capacità di affrontare nuovamente il cammino, per quanto arduo, che sta davanti. Dopo quella notte Giacobbe è pronto per andare incontro al fratello Esaù; così, Gesù, dopo la preghiera nel Getsemani, si rialza e dice ai discepoli: “Alzatevi, andiamo”, dando così inizio all’ascesa verso il Calvario.

Don Luigi Pedrini

 

19 Febbraio 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 19 Febbraio 2012

Carissimi Parrocchiani,

dal momento che in questa settimana si apre davanti a noi il tempo della Quaresima mi pare giusto dire al riguardo una parola.

Il tempo della Quaresima è il tempo liturgico che maggiormente richiama ad ognuno di noi l’impegno della conversione. Il cammino cristiano iniziato il giorno del nostro battesimo vuole condurci ad una conformazione sempre maggiore a Cristo che è la verità della nostra vita. Ma proprio confrontandoci con Lui e cercando di imitare il suo esempio scopriamo continuamente la distanza dai suoi sentimenti, dai suoi pensieri, dai suoi comportamenti. Ci rendiamo conto che nella nostra vita rimangono ancora ombre da illuminare, sporgenze da limare: è la lotta inesausta che dobbiamo condurre contro il nostro uomo vecchio succube del peccato, perché abbia ad emergere sempre più in noi l’uomo nuovo generato dalla grazia battesimale.

Benedetto XVI nel suo messaggio per la Quaresima, dopo aver ricordato che la Quaresima”è un tempo propizio affinché rinnoviamo il nostro cammino di fede”, invita a orientare l’impegno di conversione su alcuni aspetti della vita cristiana.
Tra questi insiste in modo particolare sul “fare attenzione” ai fratelli e, quindi, a non mostrarsi estranei e indifferenti verso di loro. “Il grande comandamento dell’amore del prossimo – scrive – esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio”.
Oggi questa capacità di “fare attenzione” è quanto mai importante e urgente, perché spesso ci si scontra con atteggiamenti di indifferenza e di disinteresse verso gli altri. Affermava al riguardo Paolo VI: “Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” (Populorum Progressio, n. 66).

Quale la causa di tutto questo? – si domanda Benedetto XVI. Ed ecco la risposta: “Sono spesso la ricchezza e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni”. Non bisognerebbe mai arrivare al punto di essere incapaci di ‘avere misericordia’ verso chi soffre; purtroppo, però, il nostro cuore può “essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero”.

Il Papa incoraggia a risvegliare in noi l’atteggiamento del “fare attenzione” ricordando la beatitudine che Gesù ha promesso a “coloro che sono nel pianto”, cioè a coloro che sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. E conclude: “L’incontro con l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine”.

Don Luigi Pedrini

12 Febbraio 2012

San Leonardo Confessore (Linarolo), 12 Febbraio 2012

Carissimi Parrocchiani,

prima di congedarci dall’episodio misterioso della lotta di Giacobbe con Dio, voglio raccogliere due insegnamenti
Il primo lo traggo da questo particolare strano dell’episodio: Giacobbe risulta perdente nella lotta tanto che ne esce sciancato, eppure alla fine viene riconosciuto vincitore. Si può dire che egli abbia vinto capitolando, arrendendosi al suo “assalitore”.
In questo capitolare davanti a Dio Giacobbe ha realizzato il vero attraversamento dello Iabbok: non consiste nel passaggio di un torrente reso difficile dalle tenebre della notte, ma nel passaggio dalla sponda dell’attaccamento alle proprie sicurezze e ai propri beni affettivi alla sponda dell’affidamento a Dio.
Il passaggio dello Iabbok è, allora, anche il nostro passaggio per diventare veramente discepoli. A questo riguardo, la vicenda di Giacobbe ci insegna una cosa davvero degna di nota: questo passaggio si fa capitolando, perché è così che si consegue, paradossalmente, la vittoria. Scrive in proposito il card. Martini:

“Solo abbandonandomi perdutamente a Lui, solo capitolando nelle sue mani potrò riprendere nelle mie il bandolo della matassa intricata della vita” e arrendendomi potrò scoprire in Lui “un Dio tenero come un Padre e una Madre, che non rinnega mai i suoi figli. Un Dio umile, che manifesta la sua onnipotenza e la sua libertà proprio nella sua debolezza (Cfr: C. M. Martini, Parlo al tuo cuore, Milano 1996, pp 18-19).

Questo arrendersi per lasciarsi vincere da Dio non è senza fatica. È una lotta più dura delle fatiche esterne che possiamo sopportare; tuttavia, questa lotta conduce a un frutto di libertà, di mitezza, di pace. Una conferma significativa in proposito ci è offerta da queste parole del patriarca ecumenico Atenagora:

Per lottare efficacemente contro il male bisogna volgere la guerra all’interno, vincere il male in noi stessi. Si tratta della guerra più aspra, quella contro se stessi. Io questa guerra l’ho fatta. Per anni e anni. È stata terribile. Ma ora sono disarmato. Non ho più paura di niente, perché “l’amore scaccia la paura”. Sono disarmato della volontà di spuntarla, di giustificarmi alle spese degli altri. Sì, non ho più paura. Quando non si possiede più niente, non si ha più paura. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”.

Il secondo insegnamento che si può ricavare da questo episodio riguarda la preghiera. Ma di questo parlerò la prossima volta.

Don Luigi Pedrini

05 Febbraio 2012

Quegli disse: <<Lasciami andare, perché è  spuntata l’aurora>>. Giacobbe rispose: <<Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!>>. Gli domandò: <<Come ti chiami?>>. Rispose: <<Giacobbe>>. Riprese: <<Non ti  chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli  uomini e hai vinto!>>. Giacobbe allora gli chiese: <<Dimmi il tuo nome>>. Gli  rispose: <<Perché mi chiedi il nome?>>. E qui lo benedisse (Gen 32,27-30).

San Leonardo Confessore (Linarolo), 05 Febbraio 2012

Carissimi Parrocchiani,

sostiamo ancora sul dialogo che si intavola tra Dio e Giacobbe nella notte della lotta misteriosa. Al centro del dialogo sta, oltre al cambiamento del nome di Giacobbe, il tema della benedizione. Quanto al nome già abbiamo detto; ora ci soffermiamo sulla benedizione.
Giacobbe chiede allo sconosciuto di sapere il suo nome e che gli dia la sua benedizione. Questa richiesta di essere benedetto testimonia un uomo che si è arreso e che, d’ora in avanti, non vuole più riporre la fiducia nelle proprie sicurezze umane, ma abbandonarsi alla fedeltà e alla benevolenza di Dio.
La richiesta è accolta a metà: non gli è concesso di sapere il nome, ma gli è concessa la benedizione. Da adesso Giacobbe sa di poter contare sulla fedeltà di Dio: anche se dal combattimento esce claudicante, non importa. Sarà un uomo zoppicante, ma pur sempre benedetto da Dio.
Così, Giacobbe che ha sempre vissuto nei suoi calcoli umani, adesso, improvvisamente, si apre al mistero di Dio. Dio, già nella notte del sogno, aveva fatto irruzione nella sua vita; ma, poi, era rimasto come nell’ombra agli occhi di Giacobbe, quantunque l’abbia accompagnato in tutto il suo cammino. Ora, Dio torna a manifestarsi e Giacobbe lo accoglie con una disponibilità totale..
Proprio in forza di questa accoglienza, Giacobbe diventa a pieno titolo il terzo anello di quella discendenza che, a partire da Abramo, si prolungherà nel tempo per arrivare fino a Gesù, cioè al dono del Figlio.

Allora Giacobbe  chiamò quel luogo Penuel <<Perché  disse  ho visto Dio faccia a faccia, eppure  la mia vita è rimasta salva>>. Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e  zoppicava all’anca (Gen 32,31-32).

Secondo la tradizione biblica, Penuel significa “volto di Dio”. Giacobbe ha avuto il singolare privilegio di stare alla presenza di Dio e, tuttavia, ha avuto salva la vita.
Intanto, le ombre della notte si diradano, ormai è imminente il sorgere della luce che ridà  alle cose i giusti contorni e fa in modo che non incutano più paura. Giacobbe ora è pronto per incontrare il fratello. Grazie a quello che ha vissuto nella notte, grazie all’incontro con Dio, ormai la luce ce l’ha dentro. Ha contemplato il volto di Dio e, per questo, ora, il volto di Esaù non fa più paura.

Don Luigi Pedrini